di Vito Pirruccio
Riprendo un tema più volte sollecitato e trattato, quello del tempo scuola. Qualche giorno fa l’argomento è stato al centro del dibattito europeo sui tempi minimi di insegnamento previsti nei sistemi educativi e documentato dalla Rete Eurydice con la pubblicazione del Rapporto “Tempi di insegnamento annuali raccomandati nell’istruzione obbligatoria a tempo pieno in Europa 2024/2025”.
Cosa emerge dal rapporto Eurydice? “[…] Nelle scuole primarie europee vengono dedicate in media circa 645 ore complessive alla matematica, nel corso dell’intero ciclo. Si passa da circa 305 ore in Bulgaria a oltre 1.000 ore in Lussemburgo […]. In circa metà dei sistemi educativi europei, il tempo minimo raccomandato supera le 600 ore nel ciclo della scuola primaria. Nel confronto tra i paesi europei, l’Italia si colloca in una posizione intermedia per il tempo dedicato alla matematica […]. Il curricolo nazionale prevede circa 420 ore complessive di matematica nel ciclo della primaria, un valore inferiore alla media europea…”
Allo stesso tempo, nell’ultimo Rapporto pubblicato dal nostro Istituto Nazionale di Valutazione del Sistema di Istruzione e Formazione (INVALSI), emerge in modo preoccupante che “si riscontra ancora una differenza dei risultati tra scuole e tra classi, più accentuata nelle regioni meridionali, specie per quanto riguarda la Matematica […]. Ciò significa che la scuola primaria nel Mezzogiorno fatica maggiormente a garantire uguali opportunità a tutti, con evidenti effetti negativi sui gradi scolastici successivi. Già a partire dal ciclo primario si evidenzia una considerevole differenza di opportunità di “apprendimento 1” in Matematica che si riverbera anche sui gradi scolastici successivi e interamente a svantaggio delle regioni meridionali”.
Il problema, quindi, è come rispondere alla sfida di riequilibrare le opportunità formative. Un tema caro alla pedagogia milaniana che individua un percorso concettualmente semplice: dare di più a chi ha di meno e contestualmente allungare/allargare il tempo scuola. Non a scapito, però, dei saperi di base (Studio della Lingua e della Matematica). Invece, come risponde il nostro sistema d’istruzione primario? Ce lo dice il MIM con la pubblicazione e il commento sulle iscrizioni e la scelta del “tempo scuola”.
“Il tempo Pieno a 40 ore settimanali – sottolinea il Ministero dell’Istruzione e del Merito – raggiunge a livello nazionale il 52,9% delle iscrizioni. Accanto al tempo pieno, il 28,7% delle famiglie sceglie le 27 ore, il 15,0% fino a 30 ore e il 3,4% il modello a 24 ore […]. Le percentuali più elevate di tempo pieno si registrano in:
Lazio: 72,5%;
Toscana: 69,0%;
Liguria: 66,3%;
Emilia-Romagna: 65,6%;
Lombardia: 65,0%;
Piemonte: 63,7%.
In queste regioni circa due alunni su tre frequentano la primaria con orario a 40 ore.
All’estremo opposto si collocano:
Sicilia: 22,2%;
Molise: 32,4%;
Puglia: 34,2%;
Campania: 36,2%;
Calabria: 37,3%;
Abruzzo: 37,7%.
Qui il tempo pieno non raggiunge la maggioranza assoluta, mentre risultano più diffuse le soluzioni a 27 ore o fino a 30 ore settimanali”[1].
La situazione, come si evince comparando i dati, si presenta complessa e contraddittoria: 1) in Italia complessivamente si svolgono meno ore di Matematica rispetto alla media europea (Il minimo raccomandato sono 600 ore e noi ne svolgiamo 420); 2) le Regioni del Mezzogiorno sono le più esposte all’insuccesso scolastico, perché faticano “a garantire uguali opportunità a tutti” e il Tempo Pieno nella Primaria (40 h settimanali di lezioni) è assicurato solo a 1/3 degli iscritti.
In pratica, laddove i risultati degli apprendimenti sono più bassi, si svolgono meno ore di scuola e ci si accontenta di un sistema scolastico strutturato su max 27/30 h settimanali di insegnamento salvo, poi, proporre alle famiglie valanga di progetti che intasano il sistema con ricadute, visti i dati INVALSI, assolutamente negativi.
Siccome questo mantra ce lo ripetiamo da trent’anni, trovo illogico continuare imperterriti su questa strada. Così come è incredibilmente illogico l’attendismo dell’Europa e del Governo nazionale, i quali non trovano il tempo di chiedersi quale effetto ha sul sistema scolastico questa dose massiccia di progetti che, stando ai dati su esposti, si configura come accanimento terapeutico su un corpo formativo costantemente allo stato comatoso.
Col PNRR, tra i numerosi interventi, stiamo investendo massicciamente in mense scolastiche. Ma se il servizio non viene attivato o non viene adeguatamente offerto alle famiglie o viene attivato solo ad anno scolastico ampiamente in corso e con chiusura anticipata, si vuole prendere atto di fermare i flussi finanziari indirizzati alla realizzazione di progetti di ampliamento (sic!) formativo dai titoli accattivanti, ma con ricadute equivalente allo zero assoluto e destinare, invece, le risorse disponibili all’allungamento del Tempo Pieno ordinario?
Vorrei vedere, inoltre, quanto corrisponde al vero quel 37,3% di Tempo Pieno (40 h settimanali) assicurato alle famiglie calabresi.
Fino all’anno scorso come Associazione Museo della Scuola “I Care!” e TELEMIA abbiamo svolto servizi nelle scuole della Locride, per constatare amaramente che, in molti comuni, la mensa inizia ad anno scolastico ampiamente avviato e termina il 31 maggio. Faccio presente che il tempo scuola a 40 h si svolge, pure, nella Scuola dell’Infanzia e questo segmento formativo chiude i battenti il 30 giugno.
Ritornando al tema cardine della riflessione. Si vuole continuare con la scuola progettificio o si vuole mettere mano a un tempo scuola che sia pieno (40 h settimanali) e reale? Si vuol continuare a far finta di niente e sciorinare progetti di ampliamento formativo fumosi sia nei titoli che nella sostanza?
[1] Dati resi noti da Orizzontescuola.it in data 8 marzo 2026

Nessun commento:
Posta un commento