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martedì 3 marzo 2026

PROFUMI CHE SANNO DI LOTTA - Le gelsominaie della Locride, una storia di emancipazione e di restanza mancata

 

di Vito Pirruccio




Vito Teti col suo saggio su “La restanza” ha fatto breccia nell’immaginario collettivo e il titolo del libro è diventato, persino, un tormentone ripreso dal cinema e dai social. 

Ma, probabilmente, l’ultima vera lotta per restare in Calabria è stata condotta con determinazione e coraggio dalle donne del comprensorio jonico-reggino fino a sessanta anni fa. 

Si tratta della lotta delle gelsominaie, le nostre donne che, tra la fine degli anni ‘50 e i primi anni ‘60 del secolo scorso, arrivavano in piena notte nelle piantagioni di gelsomino gestite dai proprietari terrieri del luogo e scalze, tra i solchi e i cespugli del fiore profumato, iniziavano il raccolto prima che il sole aprisse la corolla e disperdesse nell’aria l’essenza. 

Una vita dura in mezzo ai profumi della natura. In mezzo a quel fiore di gelsomino che attecchisce solo in questo lembo di Calabria, nella Sicilia orientale e in alcune aree della sponda africana del Mediterraneo.

Si calcola che fossero diecimila le lavoratrici tra Villa San Giovanni e Monasterace impegnate stagionalmente, tra giugno e ottobre, nella raccolta del candido fiore, avendo cura di staccarlo senza impurità, vale a dire senza la parte verde.

Alcune raccoglitrici per incrementare la quantità giornaliera portavano con loro i figli più piccoli per impiegarli nella raccolta dei fiori che spuntavano nella parte bassa del cespuglio. 

A fine giornata il raccolto veniva pesato e lavorato nelle distillerie installate in loco che provvedevano alla produzione della “concreta”, il prodotto grezzo che, una volta lavorato, veniva trasferito nelle rinomate industrie di profumo francesi. 

Si calcola che l’80% della materia prima dell’industria profumiera francese venisse dalle nostre parti, prima che il sintetico soppiantasse nell’industria dei profumi la materia naturale. 



Lungo la fascia jonico-reggina le aziende del settore portavano i nomi dei ricchi proprietari, in parte, usciti indenni dalla Riforma Agraria del dopoguerra: Luccisano a Villa San Giovanni; Velardi e Gioffrè a Reggio Calabria; Meduri a Saline Joniche; Sergi a Melito Porto Salvo; Correale a Siderno, Bovalino e Brancaleone; Ocello a Locri; Zamparelli a Gioiosa Jonica; Cappelleri a Roccella Jonica e Rognetti a Caulonia. 

Le aziende del barone Correale di Santacroce, come risulta dai documenti conservati nell’Archivio di Stato di Reggio Calabria, “avevano creato a Brancaleone quella che nel suo genere poteva essere definita l’industria pilota”. 

Le aziende Meduri che operavano nel basso jonio e Correale che operavano da Brancaleone a Siderno lavoravano circa l’80% della “concreta”. 

A seguito dei miglioramenti fondiari operati dalla Legge di Riforma n. 949/1952 si registravano nella zona jonico-reggina ben 24 distillerie di gelsomino. 

In questo nuovo scenario produttivo sviluppatosi quando l’emigrazione maschile aveva raggiunto livelli considerevoli e tenuto conto della forte richiesta di manodopera in loco, il lavoro femminile era altamente richiesto.

Scrive la prof.ssa Carmela Maria Spadaro, dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II, in una documentata ricerca dal titolo:” Rivolte tra i gelsomini. 



Raccoglitrici di fiori in Calabria e diritti sociali nella seconda metà del ‘900”: “Tanto per avere un’idea di quanto fosse indispensabile e prezioso il lavoro delle gelsominaie, si calcoli che per ottenere un kg di concreta occorreva distillare dai 500 ai 600 kg di fiore di gelsomino; ogni gelsominaia poteva raccogliere dai 3 ai 4 kg di fiore al giorno, per i quali riceveva una paga di lire 175 al kg”. 

Dinanzi a questo lavoro immane ed effettuato in condizioni igienico-sanitarie a rischio (le piantagioni venivano costantemente annaffiate e le donne scalze erano esposte all’anchilostomiasi, una malattia provocata da un parassita che si incuneava sottopelle uguale a quello che colpiva le mondine), sul finire degli anni ’50 iniziò una lotta che avrebbe sollevato le lavoratrici di tutto il comprensorio della Locride. In particolare, un’ondata di scioperi si registrò nella prima decade di agosto del ’59. 

Dai dispacci inviati dalle caserme dei carabinieri dei due più importanti centri di lotta, Siderno e Gioiosa Jonica, ricaviamo il clima, inizialmente di paura, ma, superata la fase iniziale, di lotta determinata a reclamare condizioni di vita migliori, che ha portato le gelsominaie a scontrarsi duramente con i proprietari terrieri del luogo.

Si legge in un dispaccio inviato alla Prefettura di Reggio Calabria dal Commissario di Sicurezza Pedullà di Siderno il 9 agosto del 1959: “… Questa mattina sonosi presentati località Pellegrina azienda agricola barone Domenico Correale quattro sindacalisti rossi che habent inutilmente tentato bloccare raccoglitrici gelsomino … Essi sono due punti ALVARO SAVERIO di Fortunato da Giffone virgola Consigliere Provinciale per il PCI; CROCE SILVANA di Giorgio, da costì studentessa; FRAGOMENI GIUSEPPE da Siderno, noto agitatore comunista, Consigliere Provinciale per il PCI; CONDARCURI VIRGILIO, già segnalato, Sottocapo FF.SS. servizio scalo ferroviario Caulonia punto…”. 

Nell’azienda Correale, in quella fase, furono poche le donne determinate ad incrociare le braccia (Solo 30 su 300 operaie in località Pellegrina; solo 1 su 30 nella frazione Donisi in località Santa Maria e nessuna in località Basilea). Sempre la prof.ssa Spataro nella sua documentata ricerca annovera tra gli agitatori sidernesi “i nomi dei sindacalisti Enzo Lacaria da Siderno, Grazia Gioiello da Siderno, Bruno D’Agostino da Canolo”. 

Insomma, la Locride diventa in questo spaccato di lotta il centro nevralgico della protesta delle gelsominaie.

La situazione, a un certo punto, diventa sempre più infuocata. Da Monasterace a Brancaleone la forza sindacale si misura sul terreno della lotta con determinazione e coraggio. 

A Monasterace la battaglia sindacale viene guidata da Antonio Candido e dal prof. Giuseppe Falcone da Roccella Jonica che si scontreranno con il Sindaco e le forze dell’ordine. A Gioiosa Jonica l’8 e il 9 agosto si ha il dato più alto di adesioni allo sciopero. 

Scrivono alla Prefettura i carabinieri del posto: “… Nell’azienda agricola di Zamparelli Paolo habent scioperato cento su cento raccoglitrici in conseguenza comizio abusivo tenuto nelle immediate vicinanze dell’azienda da onorevole MINASI che era accompagnato da CATANZARITI FRANCESCO, da Platì, residente costì, segretario responsabile della Camera Confederale del Lavoro et da DIANO GIUSEPPE virgola residente a Catona, segretario provinciale Camera del lavoro settore lavoratori legno e affini; i quali con autovettura fornita di autoparlante habent più volte percorso viale adiacente azienda prima che predetto parlamentare avesse iniziato comizio punto Arma di Gioiosa Jonica provvederà denunzia at termine legge punto Nessun incidente punto Ordine pubblico normale punto”.

Il 9 agosto 1959 segna certamente una data importante nella lotta delle gelsominaie. Lo sciopero, infatti, consegue i primi effetti positivi: “Il 13 agosto veniva raggiunto un accordo, sia pure informale, che le fonti indicano come “Contratto collettivo provinciale di lavoro per le lavoratrici addette alla raccolta del gelsomino-campagna 1959”, con il quale si stabiliva che “l’assunzione della manodopera dovesse avvenire tramite gli uffici di collocamento; che il datore di lavoro avesse facoltà di provvedere con mezzi propri al trasporto della manodopera dal comune di residenza al posto di lavoro ovvero corrispondere alla raccoglitrice l’indennità di l. 25 per ogni km percorso oltre; il prezzo del prodotto veniva portato a 195 lire per ogni kg di gelsomino raccolto in normali condizioni di umidità; alle lavoratrici riconosciuti capofamiglia agli effetti degli assegni familiari sarebbe spettata l’indennità di caropane a norma delle leggi vigenti; il pagamento delle retribuzioni sarebbe stato quindicinale”.

Una lotta dura di restanza, diremmo oggi, combattuta in prima fila dalle donne del comprensorio jonico-reggino le quali, però, vedranno i loro sacrifici, in parte, vanificati da scelte politiche e di mercato che spegneranno sul nascere la voglia di riscatto di questa parte del popolo meridionale. 

La politica nazionale virerà, sempre più, le scelte macroeconomiche verso il Nord industrializzato e al Sud verranno riservate le briciole dell’assistenzialismo. 

Due strategie che alla lunga ingrosseranno la via di fuga da questa terra iniziata i primi del ‘900 e dilagata nel dopoguerra quando il triangolo industriale Milano-Genova-Torino reclamerà manodopera meridionale a basso costo. 

Il Sud piomberà nel proverbiale assistenzialismo che rappresenta, tuttora, la peggiore medicina socioeconomica somministrata alla popolazione di questa parte del Paese che auspicava, invece, una terapia di sostegno alla voglia di restanza.

Quel profumo di lotta delle gelsominaie arriva flebile nel ricordo fino ai giorni nostri. 

La storia di quelle proteste giace rassegnata nei faldoni degli Archivi di Stato e diventa racconto nostalgico nella scrittura d’autore, come in quella di Lina Furfaro (“La gelsominaia”, Luigi Pellegrini Editore) nella quale periodicamente e piacevolmente mi imbatto per odorare profumi che sanno di lotta.

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