Negli ultimi anni Roccella Ionica si è purtroppo contraddistinta in negativo per l’assenza di manifestazioni carnevalesche.
È vero, nei giorni clou del Carnevale il tempo non è stato clemente. Ma mentre altri paesi del comprensorio hanno saputo individuare giornate alternative per riempire piazze e strade con sfilate di carri allegorici, il coinvolgimento delle scuole e momenti di aggregazione per il divertimento di grandi e piccoli, la nostra piazza è rimasta deserta.
E questo fa riflettere.
Domenica 15 febbraio, al mattino, tante famiglie hanno portato i loro bambini in piazza. Una piazza senza uno straccio di musica, senza animazione, senza un programma che potesse dare il senso della festa. Solo gli scout, il Bar Borgo e Radio Roccella hanno provato ad animare un po’ questo Carnevale. E meno male. A loro va il mio grazie sincero, perché almeno hanno tentato di accendere una piccola luce in una giornata che avrebbe meritato ben altro.
Eppure Roccella non è un paese senza tradizioni. Anzi.
Roccella aveva — e ha — una storia carnevalesca importante, radicata, identitaria. Penso alle farse carnevalesche, le tipiche rote, autentiche commedie popolari di strada che per anni hanno fatto ridere e riflettere intere generazioni.
Le rote erano scritte da straordinari cantastorie roccellesi come Giuseppe Mazzaferro, detto “u Cimbalu”, Michelucciu e Giuseppe Carlino. Uomini capaci di raccontare vizi e virtù del paese con ironia, intelligenza e quella saggezza popolare che non era mai offensiva, ma sempre arguta e profondamente educativa.
Le rote non erano solo spettacolo: erano partecipazione, identità, senso di comunità. Venivano rappresentate nei quartieri, tra la gente, creando momenti di condivisione autentica. Raccontavano un tempo che, a ben guardare, somiglia molto anche al nostro.
Quei testi sono custoditi dall’associazione Roccella com'era, che in passato li ha riproposti in forma itinerante, riportando in vita una tradizione che non dovrebbe andare perduta.
Negli ultimi anni, invece, il vuoto.
Mentre le piazze dei paesi vicini si riempiono di colori, musica e sorrisi, la nostra resta silenziosa. E una piazza silenziosa durante il Carnevale non è solo un’occasione mancata: è un segnale che qualcosa nella capacità di fare comunità si è affievolito.
Il Carnevale non è soltanto divertimento. È cultura popolare, memoria collettiva, è il modo con cui un paese si racconta e si riconosce. È il coinvolgimento delle scuole, delle associazioni, dei quartieri. È la possibilità di ritrovarsi insieme senza barriere.
Spero davvero che nei prossimi anni si possa invertire questa tendenza. Che si possa tornare a programmare per tempo, coinvolgere le realtà associative, riscoprire le nostre antiche tradizioni e magari riportare in scena proprio le rote, adattandole ai tempi ma senza tradirne lo spirito.
Perché una piazza piena di bambini mascherati, di famiglie, di sorrisi, non è solo una festa riuscita: è il segno di una comunità viva.
E Roccella merita di tornare ad esserlo anche a Carnevale.
















