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Roccella in vetrina

sabato 23 maggio 2026

Fenestrelle e la pace riconquistata

 Un intenso viaggio tra memoria familiare e grande Storia: Lina Furfaro, ne “Il custode della vita”, racconta la tragedia della guerra attraverso gli occhi del padre Giuseppe, soldato e uomo del Sud, intrecciando sacrificio, dignità e speranza in un potente docufilm cartaceo sulla Seconda Guerra Mondiale.


di Vito Pirruccio




Lina Furfaro, la nostra scrittrice Locrese trapiantata a Ciampino, ritorna in libreria pescando, con la maestria che la contraddistingue, nella memoria a doppio strato: a quella degli Archivi, frequentati con assiduità e con il fiuto dello storico, e a quella del racconto tramandato durante le conversazioni intrecciate col padre, il protagonista della vicenda narrata. 

Ne scaturisce in “Il custode della vita” un quadro di romanzo storico che, per la semplicità della scrittura e la fluidità narrativa, sembra un film con molti fermi immagini di riflessioni che si alternano in un continuum di fatti oscillanti tra la grande Storia e le piccole storie. 

Un impasto magnetico che tiene attaccato il lettore alle pagine del libro, per non perdere la matassa degli accadimenti. Più che la scrittura di un film, si avvicina al docufilm, perché c’è pochissima fantasia narrativa, ma tanta vita strappata coi denti dentro quel disastro umano e morale della Seconda Guerra mondiale.


Né alla narratrice, tantomeno a Giuseppe protagonista del romanzo, gli sfiora l’idea che quel luogo dal nome evocativo “Forte di Fenestrelle”, avamposto collocato in alta quota nell’area occitanica piemontese tra l’Alta e la Bassa Val di Chisone, più di un secolo prima aveva “ospitato” tra le sue mura fortificate sia eminenti figure di liberali appartenenti alla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini, sia, dopo l’unificazione del Regno d’Italia, la mattanza della Legge Pica alimentata, oltre che dai nemici del nuovo Regno d’Italia, da contadini affamati divenuti briganti.

Una storia di fame e di guerre che quella silenziosa montagna delle Alpi piemontesi custodisce da secoli nelle sue rocce e nelle sue maestose fortificazioni come un reliquiario di monito alle generazioni future. 

Storia di fame e di guerra che incrocia il vissuto di Giuseppe e della figlia, l’autrice del romanzo, che nel raccontarsi rendono Forte di Fenestrelle quasi un destino segnato che ritorna familiare tra le donne e gli uomini del Sud.

Quella chiamata alle armi, a seguito della dichiarazione di guerra all’Inghilterra e alla Francia comunicata dal Duce del fascismo dal balcone di Palazzo Venezia davanti a un popolo festante, è un richiamo alla memoria dei lettori. 

Una guerra assurda voluta nel tripudio generale da un popolo infatuato dalle parole del suo istrione diventerà, dopo pochi anni, il disastro di una nazione che non riconoscerà, per vigliaccheria e per ignavia, la fonte stessa di legittimazione che è certamente da ricercare nell’ideologia nefasta del regime dittatoriale del ventennio, ma che non assolverà dinanzi alla Storia quel popolo festante pronto a cambiare casacca e postura dopo l’8 settembre 1943.

Giuseppe si trova stritolato dentro questa svolta della storia nazionale. Lascia i suoi campi e la sua filanda e indossa la divisa sul Forte di Fenestrelle.

In questo muto passaggio dalla storia di lavoro e di fatica a quella di soldato sul fronte francese, Lina Furfaro fa un cenno (Che brevemente mi piace richiamare) a una vicenda di industria della Locride, l’ennesima storia di lavoro e sacrifici andata in fumo a favore del Nord. Si tratta della BLB – Bernardo e Lorenzo Baffi –, l’industria della seta e dei filati “Seta Greggia e Ritorta”, chiusa nel 1959 quanto la politica del nuovo Stato democratico guardava, ormai, al Sud, e principalmente ai contadini meridionali, come esercito industriale di riserva al soldo dell’industria del triangolo industriale del Nord.

C’è nel romanzo di Lina Furfaro una storia familiare che la prende dentro. Quell’uomo infagottato nel suo pastrano da soldato è descritto dall’autrice nella sua dedizione quotidiana al servizio come soldato e come indissolubilmente legato alla sua storia di lavoratore che non finisce mai di apprendere. 

Quel tempo di guerra Giuseppe sa colmarlo, anche, con la capacità innata di non perdersi d’animo e di imparare nuovi mestieri: sa fare il barbiere, curare gli ammalati. 

Ma, soprattutto, impara a scrivere. Lui analfabeta riuscirà, con i primi rudimenti del sapere appresi alla buona durante le pause di guardia, a comporre testi per comunicare con la famiglia e tenersi legato alla sua terra e al suo focolare domestico. 

Si intravede la capacità di tirar fuori velocemente i pensieri, una dotazione genetica per la scrittura ben trasmessa, conservata e utilizzata dalla figlia autrice di un lungo elenco di opere date alle stampe.

Il ritorno a piedi lungo i 1200 km che lo separano dalla sua città natale, tra montagne, ricoveri di fortuna, buona gente disposta a rifocillarlo e, infine, la libertà ritrovata, è una storia comune a tanti soldati italiani sbandati e presi tra due fuochi, dopo quel tragico 8 settembre 1943 che segnerà la storia futura della nuova Italia nata sulle ceneri del fascismo.

Un libro “Il custode della vita” che avremo modo di rivedere e di riparlarne la prossima estate e, a seguire, nelle scuole della Locride, perché la forza della scrittura è di lasciare traccia. 

Quindi, fa bene a Lina Furfaro scrivere e ai suoi lettori leggere storie di donne e uomini veri, perché nei testi narrati trova conferma il monito di Flaubert: “Si scrive, perché la vita reale non basta a soddisfare il bisogno di senso dell’uomo”.


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