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Roccella in vetrina

giovedì 2 aprile 2026

REFERENDUM, ANALISI E STEREOTIPI

Il voto del 22-23 marzo va oltre il quesito sulla giustizia e si configura come un segnale politico complesso: tra protesta contro il Governo, rifiuto degli stereotipi sui territori e nuovi equilibri tra Nord e Sud, emerge un’Italia attraversata da disagi profondi e richieste di cambiamento che la politica non può ignorare.


di Vito Pirruccio


L’esito referendario del 22-23 marzo è indiscutibilmente frutto di un voto contro l’attuale Governo e racchiude al suo interno una serie di elementi che lo hanno reso politico a tutto tondo. La stessa affluenza alle urne dimostra che una certa narrazione dettata da alcuni esponenti della maggioranza è stata giustamente percepita come insidia agli equilibri dei poteri dello Stato democratico. I temi posti dal referendum (La separazione delle carriere e il sorteggio dei componenti il CSM) sono serviti da detonatore per far esplodere l’opposizione verso scelte politiche del governo non solo in materia di giustizia, ma, anche, sui temi caldi che assillano la quotidianità di noi cittadini. Certamente nel voto dato al NO non sono mancati coloro i quali hanno operato una scelta entrando consapevolmente e con competenza nel cuore e nel merito del quesito, ma tutti i flussi delle agenzie specializzate ci parlano di un NO che ha racchiuso nei suoi confini malesseri plurimi provenienti da una società provata sotto tutti gli aspetti.


Dico la mia in questo articolo cercando di non ripetere quanto è stato detto e ridetto da commentatori autorevolissimi e competenti. In particolare, prendo lo spunto dalla precisazione e richiesta di rettifica inviata dall’ex sindaco di Platì, il dott. Rosario Sergi, al Fatto Quotidiano, dal post pubblicato su Facebook dal sindaco di Sant’Agata del Bianco dott. Domenico Stranieri e aggiungo qualcosa di mio.

Giustamente sia l’ex sindaco di Platì Sergi e sia l’attuale sindaco di Sant’Agata del Bianco Stranieri lamentano una visione stereotipata sul voto dato al SÌ nei comuni aspromontani, tesa a rafforzare quel marchio ‘ndranghetista che tanto male ha prodotto alle nostre comunità e alla stragrande maggioranza della gente onesta e laboriosa che vive sui nostri territori. Peraltro, usando da parte di molti commentatori due pesi e due misure rispetto al dato scaturito nella Regione Calabria (NO 57,26% e SÌ 42,74%, risultato incredibilmente equivalente a quello dell’Emilia-Romagna) e principalmente a quello espresso in molti Comuni nei quali il fenomeno malavitoso ha fiaccato le comunità al pari dei paesi aspromontani. Un racconto infarcito di pregiudizi duri a morire che non tiene conto di due aspetti che, a mio parere, hanno avuto una forte incidenza nel voto reggino. Il primo, un grido di protesta verso uno Stato al quale viene chiesto di mostrare non solo il suo volto repressivo, ma soprattutto quello propositivo e di speranza. Quella stragrande maggioranza di donne e uomini onesti, dobbiamo ripetercelo fino alla noia, presente nelle nostre comunità, reclama certamente Giustizia forte e indispensabile, ma non compiuta con formula “reti a strascico” che ha prodotto troppi errori giudiziari per essere l’Italia uno Stato di Diritto (La cifra pagata per “ingiusta detenzione” che campeggia sui siti autorevoli non è un bel vedere!). Occorre, per esempio, giustamente ripensare la legge sullo scioglimento dei Consigli Comunali, perché deve suonare allarmante la serie di persone perbene che non ha avuto scampo a causa di una Giustizia che non ha assimilato in pieno il passo evangelico della zizzania, cioè separare il grano dal loglio. Soprattutto, questo il secondo punto, grido di protesta storicamente inascoltato che reclama giustizia sociale e opportunità di riscatto. Un grido che non può avere solo il volto giudiziario specie se questo è esposto, in contesti complessi dal punto di vista economico-sociale come quelli richiamati, a molti margini di errori. 

Venendo alla giusta precisazione dell’ex Sindaco Sergi, l’aver rimarcato nei commenti il dato dei Comuni aspromontani prevalentemente a favore del SÌ, oscurando i NO e gli stessi SÌ espressi in altre aree del paese ferite dalla criminalità, non rende l’analisi obiettiva e corretta e induce a rafforzare gli stereotipi che, spesso, diventano marchi di vero e proprio razzismo. Non ho sentino, per esempio, una voce di accostamento narrativo post-referendum del paese di Brescello (Provincia di Reggio Emilia) alla nostra Platì. A Brescello, comune sciolto per infiltrazione mafiosa nella progressista Emilia-Romagna e teatro della famosa saga “Don Camillo e Peppone” di Giovannino Guareschi, il SÌ ha prevalso sul NO. Nessuno, però, si è azzardato di legare il risultato referendario espresso in quella comunità al fenomeno delinquenziale.

Ma veniamo alla seconda riflessione che esula dal discorso fin qui svolto e si focalizza sul risultato referendario del Nord.

Il SÌ ha prevalso in Veneto, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, in tutte le Province del Piemonte, tranne quella di Torino, nella piccola Provincia d’ Imperia in Liguria e nelle Province di Ferrara (SÌ 50,44% e No al 49,56%) e di Piacenza (SÌ 56,16% e NO 43,84%) nella rossa Emilia-Romagna. Anche su questo SÌ la narrazione post-referendum è, a mio modesto avviso, lacunosa. Una palese “distrazione” frutto di stereotipo è quella di non evidenziare che nella Regione Emilia-Romagna, pur col suo indiscutibile 56,27% al NO, esiste un’enclave colorata di SÌ coincidente con le Province di Piacenza (Compresa la città capoluogo) e di Ferrara (Città capoluogo esclusa). 

Ma il dato più importante che non può passare sotto silenzio è la vittoria del SÌ in Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia e larga parte del Piemonte. Un voto che racchiude una complessità simile per la denuncia del disagio che sottende, ma assolutamente non uguale per problematiche, a quello espresso nella Provincia di Reggio Calabria. Lo hanno riassunto bene, secondo la loro visione, gli amministratori leghisti per il tramite del Governatore della Lombardia Attilio Fontana: “L’Autonomia non è sufficiente, puntare a uno Stato federale”. Dentro quel SÌ Lombardo-Veneto-Friulano con propaggini piemontesi ed emiliane sono racchiuse, infatti, difficolta e sofferenze reali (Crisi della media e piccola impresa nel motore economico dell’Italia, ondate emigratorie incontrollate, mancanza di sicurezza e crescita esponenziale della microcriminalità, sofferenza delle politiche di inclusione e pressioni notevoli sul modello socio-sanitario realizzato). L’Autonomia Differenziata, ad esempio, non si pensi di averla accantonata nel disastrato Titolo V della Costituzione del 2001 che, lo ripeto fino alla noia, non ha creato, purtroppo, nessun sommovimento oppositivo di larga portata nel Paese simile al No del 22-23 marzo. Il tema caro alla Lega, riproposto dal Presidente della Lombardia Attilio Fontana nell’intervista al Corriere della Sera di giovedì 26 u.s., è un macigno che parte della destra del SÌ e, principalmente, la sinistra che si candida con buone chance alla guida dell’Italia devono subito mettere in conto di affrontare. Si ritroverà su questo problema dirimente per l’avvenire dell’Italia la stessa chiamata a salvaguardia della Costituzione come sul Referendum sulla Giustizia? Me lo auguro! 

Lo scampato pericolo del 22-23 marzo, come trionfalmente è stato riassunto l’esito del Referendum sulla Giustizia, se non sostenuto da una politica attenta ai campanelli d’allarme provenienti dal Nord a guida leghista e dal Sud (Il voto calabrese racchiude più di un allarme sia nel massiccio voto assegnato al NO sia in quel SÌ di contrasto emerso nella Città Metropolitana di Reggio Calabria), rischia di passare alla Storia come l’ennesima occasione mancata che gli elettori, accorsi questa volta massicciamente alle urne, hanno voluto dare alla politica travalicando i precisi confini racchiusi nel quesito posto dal Referendum sulla Giustizia.


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